TRIVELLE: COME, QUANDO E PERCHÉ?

NOTIZIE DAL BLOG, 12/02/2019
a cura di dell'Avv. Daniele Carissimi



Sono il tema del momento, oggetto di un evidente scontro politico, cerchiamo dunque di fare il punto della situazione in ordine al così detto “problema delle trivelle”.

Innanzitutto: cosa sono le trivelle?

Ebbene, con il termine trivelle si indicano quegli strumenti utilizzati per perforare una superficie che può essere solida (suolo) o semi-solida (si pensi al fondale marino) –  generalmente incorporati in delle piattaforme - ai fini della ricerca di acqua o di fonti di energia (quali ad esempio il gas o il petrolio).

L’esercizio di tali attività non è tuttavia libero. 

Sono, infatti, necessarie determinate “autorizzazioni” che vengono rilasciate dal Ministero dello Sviluppo Economico, dopo, e solo dopo, aver sentito il parere dei degli Enti e delle Autorità competenti a diverso titolo coinvolti. Inoltre, tali autorizzazioni possono essere soggette ad una preventiva Valutazione di Impatto Ambientale1, ossia ad un benestare del Ministero dell’Ambiente (di qui l’affermazione del Ministro Costa “sono per il no alle trivelle e le trivelle passano per la valutazione di impatto ambientale, e io non le firmo […]”).

Nello specifico, gli stadi autorizzativi (che sono chiamati titoli minerari) sono tre:

  1. il permesso di prospezione, ossia la possibilità di effettuare rilievi  per accertare la natura del sottosuolo e del sottofondo marino. 
  2. Il permesso di ricerca, ossia la possibilità di effettuare tutte quelle operazioni, compresa la perforazione, necessarie a verificare l’esistenza di idrocarburi liquidi e gassosi 
  3. E la concessione di coltivazione, ossia la possibilità, una volta trovati gli idocarburi, di sfruttarli economicamente. 

Ad ogni modo, queste attività non possono essere compiute: 

  • nelle zone individuate dalla legge (vedi per esempio nel golfo di Napoli, nel golfo di Venezia, le Isole Egadi);
  • entro 12 miglia dalla costa; 
  • entro 12 miglia dalle aree marine e costiere protette. 

Restano salve le autorizzazioni in essere. Ciò significa che le concessioni di coltivazione già rilasciate  entro le 12 miglia, rimangono valide fino ad esaurimento naturale del giacimento.

In tale scenario si innesta il recente dibattito politico. Ma di cosa si discute? Cerchiamo di capirlo insieme.

Tutto nasce dalla condotta del Ministero dello Sviluppo Economico che, nonostante contrarie istanze, ha provveduto al rilascio di tre nuove autorizzazioni, ad una società americana. Ciò ha acceso i toni dello scontro politico, che è infine approdato alla stesura di un testo che, essendo frutto di un compromesso, non accontenta nessuno. 

Nello specifico, da tale elaborato, ne emerge un quadro che vede, fino all’approvazione di un fantomatico Piano per la Transazione Energetica (PiTESAI):

  • la sospensione:
  1. dei nuovi permessi di prospezione di idrocarburi liquidi o gassosi;
  2. nonché di nuovi permessi di ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi.
  • La possibilità di mantenere (e quindi ottenere):
  1. le istanze di proroga delle concessioni di coltivazione in essere, se presentate prima della data di entrata in vigore del testo concordato;
  2. nonché alle istanze di nuove concessioni di coltivazione, se presentate prima della data di entrata in vigore del testo concordato.
  • L’aumento dei canoni per l’esercizio delle attività autorizzate.

Alla data di adozione del Piano, invece, si avrebbe la ri-espansione dei titoli minerari sospesi - solo se afferenti a zone ritenute idonee dal PiTESAI - altrimenti si avrebbe la loro scomparsa, in via definitiva, nel nulla.

Mentre si continua a discutere, tuttavia, si assiste alla crisi dell’intero settore. 

Ad oggi, infatti, continuiamo ad importare la maggior parte del gas e del petrolio da paesi esteri  - quali Russia, Libia, Algeria ed Arabia Saudita - pur essendo, il nostro, un territorio ricco di risorse da sfruttare. Questo continuo attingere al di fuori dei confini nazionali comporta un progressivo allontanamento da quella autosufficienza energetica cui ogni Paese tendenzialmente aspira.

A questo quadro si somma la circostanza che il tanto decantato ricorso alle fonti di energia rinnovabile (quali l’eolico ed il solare) appare sempre di più come uno specchietto per le allodole. Infatti, la costruzione di “campi di pale eoliche” o di “campi di pannelli solari”, mentre da un lato richiede la disponibilità di ingenti risorse finanziarie (che l’Italia ad oggi ahimè non ha o, comunque, non ha destinato a tali fini), dall’altro determina un rilevante impatto ambientale, che deve essere previamente autorizzato e che, quindi, non può essere realizzato in tempi brevi. 

Un’alternativa fruibile sarebbe il ricorso alla termovalorizzazione dei rifiuti, ma anche tale soluzione viene caldamente osteggiata dalle medesime fazioni politiche (contrarie alle trivelle), che si ostinano a cavalcare l’onda dei preconcetti radicati nell’opinione pubblica. Ma questa è una altra storia.

Nel mentre, si perdono posti di lavoro e si determina la fuga degli investimenti verso l’estero. Chi infatti vorrebbe investire in un paese in cui le royalties per l’esercizio dell’attività di trivellazione aumenta in via esponenziale di giorno in giorno (le ultime indiscrezioni parlano di un aumento del 25% il valore attualmente previsto)?.

Come si dice in questi casi? Ah sì. Ai posteri l’ardua sentenza.





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1 Se comportano la perforazione di pozzi, possono essere soggette a preventiva Valutazione di Impatto Ambientale (VIA): lo sfruttamento giornaliero per quantità superiori a determinate soglie previste dalla legge,  o l’utilizzo della tecnica dell’airgun o dell’esplosivo. Ed ancora, sono soggette a VIA, quelle attività che ricadono tra quelle indicate agli allegati II, II-bis, III e IV della Parte II del Testo Unico Ambientale.